Arte Mainstream

Posted: 25 giugno 2011 in miagolismi
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Per fare le fusa sulle cornici di Leonardo, basta anche solo guardare dove, sulla schiena dei suoi angeli, inizia l’attaccatura delle ali rispetto ai suoi contemporanei.
Basta anche solo quello.
Per la Gioconda (e per il fatto che i Francesi non vogliano prestarcela), il discorso è diverso.
Si va a vedere il mito, non il quadro.
Il simbolo del Louvre, è diventata.
Il simbolo di un sorriso enigmatico.
Il simbolo della Quick Service Art: la Gioconda di Leonardo è la strada iconica dell’umanità che tende all’arte senza toccarla (tutti assiepati davanti a lei, perchè lei è la Gioconda, sperando che riveli chissà quale segreto; alle sue spalle il gruppo di Amore e Psiche resta deserto).

gatti di Leonardo - particolare
Lo so perchè, a noi gatti, viene concesso di aggiraci liberi per le stanze dei vecchi musei. Tutta la notte, dopo l’orario di chiusura.
La nostra presenza evita quella dei topi.
E poi è giusto che le cose belle, come le opere d’arte, vengano viste da creature altrettanto magnifiche, di tanto in tanto.

I Futuristi

Posted: 24 giugno 2011 in Fusa sonore
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Ratman contro i futuristi
Grazie, Ratman.

Una volta ho incontrato su un tetto Il Prode Raminagrobis.
Il Prode Raminagrobis è un gatto grosso e con le orecchie tagliate dalle battaglie. Quando l’ho incontrato io, fingeva di essere il gatto del poeta Mallarmè. Lo seguivo sulle grondaie nel quartiere degli scrittori e mi è parso di vedere un gran subbuglio nelle loro stanze.
Di Qualcuno venivano criticati i versi appena composti. Ecco che Qualcuno allora sbatteva la porta.
Poi Qualcunaltro appoggiava la penna e si doleva della perdita, biasimava il comportamento della società: greve, bassa, laida. Qualcunaltroancora gridava sul baccano, alzando un gran polverone.
Io penso che se mi fosse possibile fare un regalo alla prossima generazione, darei ad ogni individuo la capacità di ridere di se stesso. (Charles Monroe Schulz)
Non si addice male il moralismo agli artisti?

Dietro il comignolo, Il Prode Raminagrobis aveva già perso interesse e balzò su un cornicione. Andai con lui.

Shulz mi fa un ritratto

Mreow.

Posted: 22 giugno 2011 in palle di pelo
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Ho cliccato “Mi piace” per sbaglio.
In realtà non mi piaceva.

È stato un inverno lungo. Ha piovuto tanto e l’acqua fa venire il raffreddore, fa abbassare le orecchie. Un randagio, d’inverno, deve scendere dai tetti fin sulle finestre e sperare che qualcuno metta qualcosa sul davanzale.
È stato un inverno lungo, ma adesso è estate.
Sotto il mio tetto preferito, abita un ragazzo che viene dall’Africa, ma a cui piace la musica di qui. È gentile, mi dà il pesce e per fargli piacere a volte fingo di essere il suo gatto.
Stasera ascoltava musica che era insieme dolce e ruvida.

Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finché dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l’ ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna.

E non so dire come, ma mi si è svegliato qualcosa dentro.
Come quando partono le fusa, ecco, che partono da sole. Un pizzicare alla gola, come quando viene da piangere. Una commozione strana, di nostalgia.

Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un’ altra vita;
se c’è, come voi dite, un Dio nell’ infinito, guardatevi nel cuore, l’ avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti.

Quando il giovane che crede che io sia il suo gatto mi ha visto sul suo davanzale, è venuto da me. Mi ha grattato tra le orecchie e lisciato la schiena. L’ho compiaciuto, tenendo alta la coda.
Quando ha portato il pesce, però, non sono rimasto a mangiarlo davanti alle sue caviglie: l’ho afferrato tra i denti e sono scappato via, sui tetti.
Per quella malinconia, credo, che mi faceva battere il cuore.
L’inverno è durato abbastanza, sui miei tetti. Se c’è una ragione per sopravvivere al freddo, allora c’è una ragione per combattere: mi sono ricordato che non si possono tenere basse le orecchie.
Mentre saltavo sulle tegole, la musica m’inseguiva, salendo fino alle stelle.

Non me ne frega niente se anch’ io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

 Adesso è estate.

Canzone: Cyrano, Guccini

La filosofia è la vera patria dell’ironia, che potrebbe venir definita bellezza logica. Perché dovunque si filosofi, in dialoghi parlati o scritti e in forma non interamente sistematica si deve fare ed esigere dell’ironia. Certo c’è anche un’ironia retorica che, usata moderatamente, produce un’azione eccellente, specialmente nella polemica; tuttavia essa è al cospetto della sublime urbanità della musa socratica, ciò che lo splendore della più brillante orazione è al cospetto di una antica tragedia di stile elevato.

La poesia soltanto può elevarsi sotto questo rispetto all’altezza della filosofia, e non si fonda, come la retorica, su passi ironici. Vi son poesie antiche e moderne che respirano continuamente nel complesso e dappertutto il soffio divino dell’ironia. In essa vive una vera e propria buffonerie trascendentale. All’interno, la tonalità che tutto sovrasta e si eleva infinitamente su tutto ciò che è determinato, persino sulla propria arte, virtù o genialità; all’esterno, nell’esecuzione, la maniera mimica di un comune buon buffo italiano.

[…]
L’ironia scaturisce dall’unione del senso artistico della vita e dello spirito scientifico, dall’incontro di una compiuta filosofia della natura e di una compiuta filosofia dell’arte. Essa contiene e stimola il sentimento dell’indissolubile contrasto tra il condizionato e l’incondizionato, tra il finito e il possibile, dell’impossibilità e della necessità di una compiuta comunicazione.
Essa è la più libera delle licenze, perché grazie ad essa ci si pone al di sopra di se stessi; e tuttavia la più legittima, perché assolutamente necessaria.

(Friedrich von Schlegel)

Il capro sta arrivando.
Al galoppo.

 

Una capra

Posted: 13 settembre 2010 in palle di pelo
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Ho fatto ritorno in città.
E ho incontrato una capra.
Così, come per giustizia divina.

Orgia

Posted: 15 luglio 2010 in gattafascio, miagolismi
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E sarò lì, a strusciarmi contro le caviglie dei partecipanti.

Gli scrittori vogliono sempre parlare da scrittore a scrittore, da scrittore a lettore, da scrittore a gatto.
Mai nessuno che voglia parlare da persona a persona.
Deve essere il caldo, è comprensibile.
Io, per esempio, mi sento meno comunicativo.

Ci vediamo quando fa più fresco, tetti di città.
È una minaccia.

Satyricon

Posted: 24 giugno 2010 in Miagolifesti poetici
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La tragedia – se ne fa riferimento già nella Poetica di Aristotele (384-322 a.C) – che significa letteralmente Canto del Capro, era inizialmente un’improvvisazione nata dal ditirambo.
Di etimologia diversa la commedia, ovvero Canto del Villaggio o anche Canto della Gioia Dionisiaca, che nasce dai canti fallici.
Il ditirambo, prima di essere trasformato dal signor Arione in composizione letteraria, consisteva in una folle danza estatica cantata in onore di Dioniso.
Allo stesso modo lo erano i canti fallici, le falloforie, rappresentazioni cantate e danzate per propiziare la fertilità.
Dioniso è il dio dell’ebbrezza, della vita stroncata violentemente e della morte che precede la rinascita. La drammaturgia occidentale, tragica o comica, affonda le sue radici ai suoi piedi.
Uno dei simboli del dio era la capra.
Non è un caso che capra (tragòs) e tragedia (trago(i)día), in greco, abbiano la stessa etimologia.
Alla base dell’atto drammatico greco ci sono sempre il Mito e il Rito, legati al culto di un eroe e del dio. È sempre un punto di partenza sacro.
Il sacro – per definizione ineffabile e altro dallo stato umano – non è possibile da raggiungere nella normalità; è necessario spingersi verso il cielo nella stessa misura in cui si deve affondare giù, nella terra.
L’unico modo per toccare il sacro senza restarne abbagliati è cadere in basso come un pidocchio ed insieme elevarsi come un’aquila.
Non c’è nulla nel dionisiaco che non tocchi le più elevate vette del pensiero, eppure che non sia licenzioso, basso e volgare. È il trovare la gemma nello sterco.
O il comprendere che non è possibile per l’uomo disancorarsi dalla terra.
Il corteo di Dioniso, come quello del più silvestre dio Pan, è in larga parte formato dai satiri: giovani maschi spesso rappresentati con caratteristiche animali (ad esempio le corna, la coda e le zampette di capra). Erano la rappresentazione stessa della fertilità e della forza nella natura, ma anche della violenza e irruenza delle forze ctonie.
Le leggende parlano di loro come di grandi amanti della musica, della poesia cantata e abili suonatori di flauto.
La provocazione, lo sberleffo e la ferocia della risata erano ritenuti mezzi sacri con cui affrontare l’arte, la vita e, non in ultimo, gli sciocchi senza talento che non erano in grado di utilizzarli.