La tragedia – se ne fa riferimento già nella Poetica di Aristotele (384-322 a.C) – che significa letteralmente Canto del Capro, era inizialmente un’improvvisazione nata dal ditirambo.
Di etimologia diversa la commedia, ovvero Canto del Villaggio o anche Canto della Gioia Dionisiaca, che nasce dai canti fallici.
Il ditirambo, prima di essere trasformato dal signor Arione in composizione letteraria, consisteva in una folle danza estatica cantata in onore di Dioniso.
Allo stesso modo lo erano i canti fallici, le falloforie, rappresentazioni cantate e danzate per propiziare la fertilità.
Dioniso è il dio dell’ebbrezza, della vita stroncata violentemente e della morte che precede la rinascita. La drammaturgia occidentale, tragica o comica, affonda le sue radici ai suoi piedi.
Uno dei simboli del dio era la capra.
Non è un caso che capra (tragòs) e tragedia (trago(i)día), in greco, abbiano la stessa etimologia.
Alla base dell’atto drammatico greco ci sono sempre il Mito e il Rito, legati al culto di un eroe e del dio. È sempre un punto di partenza sacro.
Il sacro – per definizione ineffabile e altro dallo stato umano – non è possibile da raggiungere nella normalità; è necessario spingersi verso il cielo nella stessa misura in cui si deve affondare giù, nella terra.
L’unico modo per toccare il sacro senza restarne abbagliati è cadere in basso come un pidocchio ed insieme elevarsi come un’aquila.
Non c’è nulla nel dionisiaco che non tocchi le più elevate vette del pensiero, eppure che non sia licenzioso, basso e volgare. È il trovare la gemma nello sterco.
O il comprendere che non è possibile per l’uomo disancorarsi dalla terra.
Il corteo di Dioniso, come quello del più silvestre dio Pan, è in larga parte formato dai satiri: giovani maschi spesso rappresentati con caratteristiche animali (ad esempio le corna, la coda e le zampette di capra). Erano la rappresentazione stessa della fertilità e della forza nella natura, ma anche della violenza e irruenza delle forze ctonie.
Le leggende parlano di loro come di grandi amanti della musica, della poesia cantata e abili suonatori di flauto.
La provocazione, lo sberleffo e la ferocia della risata erano ritenuti mezzi sacri con cui affrontare l’arte, la vita e, non in ultimo, gli sciocchi senza talento che non erano in grado di utilizzarli.